Correre verde… con i polmoni in fiamme!

Prologo

Se mi avessero detto che sarei arrivata alla fine di queste 5 tappe tutta intera fisicamente e mentalmente non l’avrei creduto. A dire il vero avrei anche provato a sottrarmi alla staffetta finale, rischiando nella migliore delle ipotesi una ginocchiata sulle gengive dalla Direttrice, ormai signora indiscussa di rotelle metriche, nastri bicolori, paletti aguzzi e trattati, terrore di giudici di gara, capitana di una scalcinata ma efficientissima banda di piantatori e tracciatori famosi in tutta l’urbe e la periferia di Roma Metropolitana. Questa lunga vicenda è cominciata alcuni mesi fa, quando ebbe inizio l’edizione 2017 della Corri per il Verde, la campestre più longeva del Centro Italia, fiore all’occhiello della Uisp Roma. Le quattro tappe in formato diciamo “standard” hanno avuto luogo presso 4 splendide location, gioielli archeo naturalistici che se ce li avessero in Scandinavia sarebbero già patrimonio dell’UNESCO.

Riscaldamento

La quinta gara diciamo “extra” è una staffetta 10×1000 che coinvolge master e atleti giovanili e riporta la carovana dei crossisti alla Riserva Naturale dell’Aniene, in una fredda e fangosa mattina di dicembre, come ogni buon cross vuole. Il ritrovo dei compagni di squadra rifondarola è alle 10:00, tuttavia io, Vipera berus quale sono, animale a sangue freddo invasivo di habitat rupestri, ma a tratti schivo e scontroso, mi cimento in un lunghissimo riscaldamento meccanico, per ovviare all’inefficiente e dispendioso processo termoregolatorio del rettile che è in me. Una pietosa Camilla decide di accompagnarmi nel lungo e gelido tracciato, sulla ripa limacciosa del torbido e inquinato (perciò tanto tanto incazzato) fiume Aniene, la cui trasparenza e i riflessi azzurri cobalto presenti molto più a monte sono ormai solo un ricordo. In quel mentre, il resto della squadra dispone le frazioni pronte per la gara. Durante il percorso non mancano numerose amenità come lo splendido Ponte Vecchio nel cuore di Montesacro, luogo ricolmo di storia sia romana che personale. Dopo un breve ripasso sulle tecniche murarie romane a Cementizio magistralmente illustrate dalla mia compagna archeopodista, insieme rimembranti nostalgicamente la storica bottega del saldatore Scascitelli, la cui saracinesca è ormai abbassata da tempo e il rudere della strega che tanto mi affascinava  da bambina, ritorniamo sui nostri passi, per andarci a schierare con gli altri, nella zona cambio del fatidico mille.

I polmoni che bruciano

Il 1000 non è la mia gara ma s’ha da fa’. Sulla linea di partenza i primi frazionisti attendono il via. Neanche lo sparo e si delineano già le posizioni con la prima squadra rifondarola ai primi posti. Le staffette sono formate da frazionisti di varie categorie, a partire dai ragazzi fino ai “veci” come me. In quanto “vecia” over cinquanta vado al penultimo cambio, ricevo il testimone da un determinatissimo Simone e non posso non dare il massimo, con la consapevolezza che non c’è molto tempo-spazio per recuperare. Mi sforzo per limitare i danni e perdo una posizione che riguadagna il grande Stefano, ultimo frazionista. Più non potevo fare, al cambio mi brucia tutto, tra aria fredda e stress da fatica ci si mette come prevedibile una tosse della miseria.

Verde (rosso) rifondarolo

Si preparano le categorie giovanili. Bellissimi i nostri nella loro casacca sociale verde. La tensione (e la tosse) si scioglie. Avverto la soddisfazione di vedere tutte queste persone di ogni età correre insieme passandosi un pezzo di alluminio colorato su un bellissimo Prato di fine autunno. Il grande Pero Patriarca, ci guarda parzialmente spoglio. Le foglie ovali e rossastre giacciono ai suoi piedi ormai prive della verde clorofilla e, compensando in un trionfo di antociani, xantofille e carotenoidi, scricchiolano sotto i nostri piedi.

Infine ci sono le Premiazioni: sarebbe bello poter premiare tutti, perché di tutti, nessuno escluso, è il traguardo raggiunto e tutti i partecipanti sono protagonisti di questa lunga corsa liberatoria lanciata verso la riappropriazione degli spazi verdi, dei fiumi devastati dall’inquinamento e degli angoli dimenticati della nostra città.

Mai abbastanza

Dopo aver smontato tutto (come al solito siamo sempre gli ultimi ad andare via) con la direttrice ci si abbraccia come due reduci di guerra. Con Gabriele si mima l’ormai rituale gesto di spunta, pur sapendo che a una fatica completata, seppur una bella e soddisfacente fatica, ce ne aspettano subito mille altre. “Mi raccomando: dritta a casa”, dice chi mi conosce bene e sa che la strada di ritorno a Palombara è lunga e potrei perdermi come il solito tra campi e boschi, mai sazia di cieli sopra la testa, con l’orrore di chiudermi tra quattro mura. Infatti, appena dopo pochi chilometri, costeggio con la macchina i bei prati verdi della Marcigliana, un posto dove non abbiamo ancora fatto una Corri per il Verde. E’ il luogo dove da piccola ricordo di aver raccolto le mie prime margherite. Un attimo, devo scendere dall’auto e, con la scusa del defaticamento,  mi infilo i guanti e corro, corro…

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